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Villa Regina. Una colonia italiana in Patagonia

Villa Regina è una città situata nella Provincia di Rio Negro in Argentina, nel nord della Patagonia. Oggi conta circa 30.000 abitanti ed è un importante centro agricolo noto soprattutto per la produzione di frutta destinata ai mercati interni, ma anche all’esportazione.

Alla fine dell’Ottocento, nel 1895, durante la costruzione della ferrovia a sud ovest di Buenos Aires, il Presidente argentino Julio Argentino Roca concesse al suo segretario Manuel Marcos Zorilla 15.000 ettari di terreno pianeggiante a condizione che vi permettesse il passaggio della strada ferrata.

Con l’intento di rendere irrigue queste terre, nel 1898 il governo incaricò l’ingegnere César Cipolletti di fare un progetto per utilizzare le acque dei fiumi Neuquén, Limay, Negro e Colorado; nel 1907 iniziarono i lavori di costruzione dei canali. L’ingegnere presentò il suo lavoro anche a Roma al fine di attirare investitori italiani.

Alcuni anni dopo la sua morte, nel 1923, il suo collaboratore, l’ingegnere Felipe Bonoli, acquistò 5000 ettari di terreno della proprietà di Manuel Zorilla per conto della Compañia Italo-Argentina di Colonizaciòn, C.I.A.C., una società mista pubblico-privata. Fu l’inizio della creazione della colonia e della città.

Il capitale iniziale di 1,4 milioni di dollari fu utilizzato per l’acquisto delle terre che furono affittate a lotti a coloni fatti venire dapprima direttamente dall’Italia, in particolare dalle regioni del nord come il Friuli Venezia Giulia, e poi, alla chiusura dell’emigrazione, individuati tra i connazionali già residenti nella repubblica e tra gli immigrati polacchi e cecoslovacchi.

Dall’Italia furono reclutate oltre 400 famiglie di contadini e imbarcati per l’Argentina con la lusinga di diventare in breve tempo proprietari di vasti appezzamenti di terra che la compagnia avrebbe assegnato loro.

Il 7 novembre 1924 fu fondata ufficialmente la colonia con il nome di Regina de Alvear, in onore della moglie del presidente argentino.

Ai coloni furono cedute le terre a fronte di un deposito del 10% del valore complessivo del terreno, consegnato, come si legge sul contratto, arato e recintato, e comprensivo di una casa con portico, un bagno e un pozzo, e l’accensione di un mutuo da pagarsi annualmente per il definitivo riscatto della proprietà.

La società di colonizzazione aveva elaborato un piano di sviluppo che prevedeva la coltivazione di erba medica, vigneti e alberi da frutto, col progetto di trasformare il terreno da arido e sterile in un’oasi di verde, con lunghissimi filari di pioppi che costeggiavano canali e strade, disseminata di casette e piccole industrie per la trasformazione dei prodotti agricoli e la produzione del vino.

L’iniziativa costituisce un primo ed inedito tentativo del fascismo di colonizzazione con la creazione di una “città nuova”. Esperienza questa che di lì a pochi anni avrebbe avuto in Italia importanti episodi come la fondazione di Mussolinia di Sardegna nel 1928 (oggi Arborea in provincia di Oristano), Littoria (ora Latina) e Sabaudia nel 1933, Pontinia nel 1935 (Agro Pontino) e altre ancora, nell’ambito di un più generale progetto di bonifica di aree paludose e di assegnazione di quelle terre ai reduci della Prima Guerra Mondiale, attraverso la strutture amministrativa dell’Opera Nazionale Combattenti. Da un punto di vista urbanistico furono sperimentati a Villa Regina modelli di organizzazione sociale e di insediamento rurale, con la suddivisione in poderi e la creazione di poli urbani di aggregazione che fungevano da centro politico e religioso di riferimento, che sarebbero stati applicati in seguito nelle nuove città italiane.

Nel 1927 Villa Regina contava 1000 abitanti e grazie al prestito di 5 milioni di lire dalla Banca di Roma e di altri finanziamenti dalla Banca Commerciale Italiana furono costruiti un ospedale, una chiesa, una scuola, una biblioteca ed un club sportivo.

Ad un inizio promettente dello sviluppo della colonia fece seguito una fase di grave disagio per i coloni che avevano sognato di “fare l’America” in Patagonia: vicende locali come il diffondersi della malaria fra i residenti, la difficoltà di coltivare terreni  salmastri o con alta concentrazione di salnitro, carenze nella creazione di una efficiente rete di commercializzazione dei prodotti agricoli e, non ultima, la crisi economica internazionale del 1929, portarono la società quasi al fallimento e gli agricoltori alla fame. Molte delle allettanti promesse della Compagni che avevano determinato la scelta dei coloni di partire si erano rilevate menzognere.

La C.I.A.C. dovette ipotecare i poderi e dare in garanzia anche i crediti su quelli assegnati. A questo corrispose, da parte delle banche, un piano stringente di recupero che arrivò fino allo sfratto dei coloni insolventi e la messa all’incanto dei poderi. Gli interessi esorbitanti sui mutui contratti e la crisi economica di fatto misero sul lastrico molte delle famiglie giunte a Villa Regina solo pochi anni prima.

Molti immigrati si trovarono così, dopo aver venduto la casa e i terreni in Italia per lanciarsi nell’avventura argentina, senza terra e senza soldi in una nazione straniera.

Alle proteste dei coloni, sempre più disperati, non trovò però risposta neppure l’appello inviato a Mussolini nel 1934, né queste riuscirono a moderare gli appetiti della Compagnia che per circa due decenni continuò l’opera di recupero dei crediti e, in alternativa, la vendita dei poderi.

Le proteste dei coloni esasperati minacciarono ben presto di diventare vere e proprie sommosse: in difesa dei loro diritti si schierarono i sindacati e la chiesa argentina.

Tra gli anni Trenta e Quaranta il vescovo locale Nicolas Esandi, salesiano, si fece portatore delle istanze dei coloni, tentando laboriose mediazioni con la Compagnia e col governo anche al fine di temperare proteste che avrebbero potuto trasformarsi in sanguinose rivolte. Il braccio di ferro fra coloni e i rappresentanti della Compagnia raggiunse spesso livelli di altissima tensione.

Quello del vescovo Esandi fu un prezioso lavoro per difendere le giuste rivendicazioni dei contadini diseredati e dar loro fiducia; non esitò ad intervenire direttamente con il presidente della Repubblica per sollecitare la definizione del problema. Iniziativa che fu travisata ad arte accusando il presule di sobillare i coloni per far calare il prezzo dei poderi e consentire così al Vaticano l’acquisto, a prezzi stralciati, dei diritti della Compagnia sulle proprietà messe all’asta.

Solo dopo la caduta del fascismo e alla fine della Seconda Guerra mondiale, nel 1946, a seguito di un incontro fra il vescovo, una rappresentanza dei coloni e il presidente Juan Domingo Peron fu trovata la via d’uscita all’annosa e difficile vertenza: una dilazioni del periodo per la restituzione del debito dei terreni e l’erogazione di crediti agevolati per la costruzioni di nuovi alloggi.

L’incubo dello sfratto e la conseguente perdita della terra e della casa, frutto di rinunce, sacrifici, terminò nel dicembre 1950 dopo oltre venti anni di lotte, con la consegna ai coloni dei titoli di proprietà. Molti dei poderi ancor oggi continuano l’attività e si sono trasformati in moderne aziende agroalimentari che con i loro prodotti portano il nome di Villa Regina nel mondo.

Si chiuse così la pagina di un’esperienza di colonizzazione dei nostri emigranti in Patagonia, una pagina dolorosa ma molto bella perché scritta col sudore del lavoro e ispirata dalla volontà di costruirsi una vita migliore.